Quel che devi ai tuoi genitori

June 16, 2018

Il proverbio suggerisce di non mordere la mano che ti nutre.

Ma forse dovresti farlo, se quella mano ti impedisce di nutrirti da solo.

Thomas Szasz

 

Giulio è un ragazzo di 23 anni alle prese con la facoltà di ingegneria. La frequenta ormai da 4 anni e con scarsi risultati; dopo aver dato diversi esami durante il primo anno, non è più riuscito neppure a presentarsi agli appelli. Si sente un fallito, un essere inutile, un approfittatore. Ritiene, infatti, che il suo comportamento sia inaccettabile dato che i genitori fanno sacrifici per lui, per crescerlo, mantenerlo e sostenere il suo percorso di studi. Si sente un ingrato e lotta ogni giorno con sé stesso per costringersi a portare dei risultati a casa.

 

La verità è che Giulio si è iscritto a ingegneria solo perché riteneva che tale percorso avrebbe potuto portarlo più facilmente all'indipendenza economica; una cosa che ritiene fondamentale per non gravare più sui genitori e liberarsi così di tutti i sensi di colpa che ormai lo accompagnano sin dalla tenera età. 

I genitori gli dicono che la vita è fatta di sacrifici e lui, così, si impone questo sacrificio come è giusto che sia; nel farlo non si lamenta mai, non esprime il suo vissuto, le sue paure, i suoi dubbi e la pressione che tutto ciò mette su di lui. E non vuole neppure andare da uno psicologo; sarebbe solo un motivo in più per sentirsi in colpa poiché così non solo farebbe preoccupare i genitori, ma dovrebbe farsi aiutare a pagare gli incontri e l’ultima cosa che vuole è creare loro ulteriori problemi.

 

“Ma perché sono così? Perché non sono normale come gli altri?” si chiede, allora, disperato.

 

Vi ricorda qualcosa questo quadretto?

 

Mi è capitato diverse volte, troppe volte, di imbattermi in persone che avevano letteralmente organizzato le loro vite intorno alle aspettative dei genitori. Gente che ha in testa la precisa ricetta preconfezionata imposta (esplicitamente o meno) dalla famiglia e che ha come missione di vita quella di seguirla passo passo o di rifiutarla in tronco "per evitare di diventare proprio come mia/o madre/padre”.

 

In entrambi i casi, che ci si si faccia carico del modello prescritto o che gli si stia sfuggendo, è chiaro che il nostro libero arbitrio non può che risultare fortemente limitato da entrambe le posizioni.

 

Non fraintendiamoci, fissare aspettative per i figli è una responsabilità dei genitori; le aspettative comunicano loro ciò che è importante e fissano uno standard verso il quale possono dirigersi. Ma le aspettative hanno un lato oscuro; possono portare enormi benefici per lo sviluppo di un giovane, o possono diventare fardelli insostenibili che limitano o impediscono la crescita.

 

Sfortunatamente, forse oggi più che mai, la cultura del successo permea il pensiero popolare e ha influenzato diversi genitori a collocare sui figli aspettative che finiscono per rivelarsi controproducenti per il loro prosperare.

 

Ci sono due tipi di aspettative che finiscono per rivelarsi più che altro nocive; quelle sulle capacità e quelle sui risultati. Le prime sono quelle per cui dai figli ci si aspetta che raggiungano certi risultati in virtù delle loro naturali abilità “ci aspettiamo ottimi voti a scuola perché sei intelligente” o “ci aspettiamo che tu vinca la gara perché sei il migliore atleta di tutti”. Il problema di queste richieste (ribadisco, esplicite o implicite che siano) è che attribuire il successo alle capacità, significa attribuire gli insuccessi alla mancanza di capacità “non ho preso 10 perché sono stupido”.

E come si rimedia a un problema del genere? La vocina maligna nella testa bisbiglia“non c'è rimedio perché sono fatto così”.

 

Limitante, non credete?

 

Per quanto riguarda le aspettative sui risultati, la nostra è una cultura che spinge in questa direzione; i genitori fissano certe aspettative secondo cui i figli devono produrre determinati risultati “perché hai preso 9 e non 10?” o “sappiamo che sarai il primo violino dell’orchestra”. Il problema è che, di nuovo, ai bambini/giovani viene chiesto di soddisfare aspettative sulle quali potenzialmente hanno davvero poco controllo.

 

Infatti, pur dando il meglio di loro potrebbero ancora non arrivare al risultato atteso e, a forza di dar importanza solo a quello, finiscono per giudicare loro stessi con i medesimi standard che gli rimandano i genitori "ho preso 9 perché sono un fallito", “se non sarò il primo violino sarà stato tutto inutile”.

 

Molti genitori credono che i risultati siano tutto nella vita; eppure, il senso della crescita sta proprio nel fare esperienza delle cose, nel fare tentativi e, quindi, errori, tanti errori, davanti ai quali possiamo scoprire qualcosa che ci può arricchire e migliorare e non per non compiere mai più errori (che è impossibile), ma per farne sempre di nuovi e non interrompere questo processo di crescita.

 

Naturalmente, i genitori non sono dei mostri che si impegnano a renderci la vita difficile; anzi, nella maggior parte dei casi le intenzioni sono tra le migliori. Ad esempio, potrebbero credere che spronare i figli a portare risultati sia un modo per aumentare le probabilità di successo. Ma, ironicamente, il contrario è più esatto.

 

Basti pensare a dove si trovano i risultati: Alla fine di un processo, giusto? E se siamo concentrati sull'esito come facciamo a concentrarci nel qui e ora su quello che stiamo facendo o che dovremmo fare? 

Del resto, quando siamo spaventati a morte di fronte a una “prova” di qualsiasi tipo, probabilmente è proprio perché abbiamo paura del risultato, cioè, abbiamo paura di fallire!

 

Insomma, ad un certo punto della vita, meglio prima che dopo, abbiamo bisogno di riconoscere che alcune (o tutte) le aspettative dei nostri genitori non ci calzano in nessun modo, o addirittura non lo hanno mai fatto.

 

Che differenza ci sarebbe tra aspettarsi che il proprio figlio prenda 10 e tra l’aspettarsi che faccia il suo meglio?

Che, per dirne una, la seconda aspettativa è sotto al suo controllo. E vi pare poco?

 

Dobbiamo considerare che per una parte della nostra vita vediamo i nostri genitori come dei supereroi e non come esseri umani imperfetti e fallibili proprio come noi. Facciamo riferimento a loro per comprendere noi stessi e il mondo, senza pensare che potrebbero anche saperne molto poco di una cosa e dell’altra o che magari quel che sanno è in una prospettiva che non basta a insegnarci tutto quel che ci servirà lungo la strada.

 

Pensate, ad esempio, a quei genitori che insegnano ai figli che il mondo è un brutto posto dove è meglio non fidarsi mai di nessuno. Beh, questo è quello che loro vedono dalla propria prospettiva, ma è tutto quel che ci sarebbe da dire al riguardo?

Quale sarebbe il vantaggio del non fidarsi mai di nessuno? Possiamo illuderci che il vantaggio sarebbe di non soffrire mai per mano di un altro… ma vi pare credibile che il risultato sarebbe questo?

Ma quando mai!

Vedo più una persona triste, sola e sconsolata, che non ha persone che possano ferirla nella sua vita e che, per questo, non ha neppure persone che possano amarla. Non c’è bianco senza nero.

 

Insomma, siamo spugne che accumulano e trattengono credenze e aspettative che diventano nocive quando ci impediscono di crescere e di cui, magari, non siamo neppure consapevoli. E questo è ancora peggio; senza consapevolezza non sappiamo neppure di dover guardare oltre quello che ci è stato insegnato dalle nostre famiglie sulla vita.

 

Quando parliamo con persone che non hanno nulla a che fare con la nostra famiglia realizziamo, a volte, come strutturiamo i nostri pensieri e atteggiamenti riguardo a certi argomenti. E restiamo improvvisamente sorpresi quando diventiamo consapevoli di aver accettato certe idee dalle nostre famiglie che pensavamo fossero indiscutibili, ma che non lo sono necessariamente nella realtà.

 

Pensate al caso dell’artista ripudiato dai genitori perché volevano continuasse la tradizione di famiglia diventando uno stimato medico. O pensate alla donna che crede che il suo unico futuro sia quello di sposare un uomo che si prenda cura di lei. O ancora pensate al giovane che non osa seguire il suo talento perché sa che lo poterebbe chissà dove, lontano dai suoi, causando loro una sofferenza che non ha nessuna intenzione di provocare.

 

Ma pensate anche a Giulio che a 23 anni ha già investito tanto, troppo tempo della sua vita in un progetto che non gli appartiene e che segue solo per diventare velocemente l'adulto responsabile che i genitori si aspettano che sia. 

 

Ma da quando sono i figli a doversi preoccupare della felicità dei genitori a discapito della propria?

 

Probabilmente, quello che si va cercando è la loro approvazione e, in definitiva, il sentirsi amati. Del resto, spesso accettiamo certe condizioni perché abbiamo paura di perdere l’amore, l’attenzione e il rispetto dei membri della nostra famiglia. Chi è che vorrebbe sentirsi rinnegato?

 

Ed è proprio in questo cercare approvazione e amore che finiamo vittime di questo cocktail di aspettative che, inevitabilmente, diventa veleno per il nostro autentico potenziale e quello che dovremmo fare con esso per diventare chi possiamo diventare.

 

Ma, in fondo, siamo vittime anche delle nostre stesse aspettative; per esempio, credendo di avere davvero il potere di rendere felici i nostri genitori o pensando che accontentandoli avremo il potere di farli diventare quel sostegno emotivo che vorremmo fossero per noi. 

 

Che cosa dobbiamo ai nostri genitori allora? Forse, nulla più che dare senso alle nostre vite, farle diventare il nostro personale e unico capolavoro, qualsiasi cosa questo significhi. 

Se i nostri genitori ci hanno dato la vita, allora, il minimo che gli dobbiamo è di viverla pienamente, anche se non capiranno il modo in cui sceglieremo di farlo. Sembra paradossale, ma non serve che comprendano o che approvino. Proprio come quando un loro "no" era incomprensibile per noi, ma che a posteriori abbiamo riconosciuto come un bene, anche loro dovranno ricevere i nostri "no" alle loro aspettative, per cui magari solo un giorno potranno comprendere, quando il capolavoro sarà in compimento. 

 

Non possiamo vivere per loro; possono averci dato qualsiasi cosa, aver fatto qualsiasi sacrificio, ma quello che possiamo fare per rendere onore a questo dono è scoprire della vita quello che per noi è più vero, stanare ciò per noi ha significato e seguirlo con tutta la passione di cui siamo capaci. 

 

E voi, che cosa ne pensate? Che cosa dovete ai vostri genitori?

 

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