Quel che conta…non è il risultato

January 11, 2018

Se la gente sapesse quanto duramente ho lavorato per ottenere la mia maestria, non gli sembrerebbe più tanto meravigliosa.

Michelangelo Buonarroti

 

Quando cerchiamo di raggiungere un obiettivo, una delle cose che proprio non possiamo controllare sono i risultati del nostro operato.

 

Eppure, quanti di noi sembrano interessarsi solo a questi?

 

Ciò funziona più che bene quando le cose vanno proprio come le volevamo, ma ci porta a sentirci bloccati quando invece le nostre aspettative non rispecchiano la realtà.

 

Quando ci preoccupiamo molto degli obiettivi che vogliamo raggiungere, due cose tendono ad accadere:

Una è proprio niente. Preoccuparsi di per sé non cambia il risultato di una situazione che stiamo cercando di cambiare. Quando ce ne rendiamo conto, ci sentiamo impotenti, finendo per preoccuparci nuovamente e cadendo in un circolo vizioso.

La seconda è che preoccuparsi comporta uno spreco di tempo ed energia. Alcune persone si preoccupano così tanto che finiscono per non fare proprio nulla. Altri magari non così tanto, ma sprecano le loro possibilità di fare effettivamente qualcosa.

 

Inoltre, ossessionarsi sull'obiettivo rischia di accecarci rispetto alle altre opzioni disponibili che potrebbero funzionare, perché anche ciò che non va come previsto può aiutarci; non solo può aprirci strade inaspettate se saremo disposti a guardarci intorno, ma ci insegna a diventare sempre più bravi nel far fronte alle frustrazioni e alle delusioni.

 

Anche perché, pur mettendo tutto il nostro impegno, le cose spesso non vanno nel modo in cui noi decidiamo che dovrebbero andare, proprio perché, di nuovo, non possiamo controllare tutto.

 

Quante volte di fronte a una novità o un cambiamento, vi siete posti queste domande?

 

Se non ne fossi capace?

 

Che cosa penseranno di me se va male?

 

Se mi rendessi ridicolo?

 

E se, invece, i vostri pensieri fossero più simili a questi?

 

Sto per imbarcarmi in una nuova sfida.

 

Sarà molto divertente.

 

Chissà quante cose nuove imparerò.

 

C’è una grande differenza tra queste due posizioni; una riguarda l’attenzione sull'esito, l’altra si concentra sul processo.

Quando siamo concentrati sull'esito come se fosse l’unica cosa che conta, rischiamo di legare ad esso anche il nostro senso di valore e capacità personale.

Come si può immaginare, con questo approccio tentare qualsiasi cosa nuova diventa motivo di forte stress, e così, evitare, procrastinare, auto sabotarsi, sembrano a volte le uniche cose che possiamo fare.

 

Se non raggiungo un obiettivo o non lo raggiungo per come mi aspettavo, il fallimento sono proprio io. Dato che era l’unica cosa davvero rilevante per me, non raggiungerla significa che tutto quello che ho fatto finora non è servito proprio a nulla.

 

Sia chiaro, il problema non è avere obiettivi di per sé; infatti, in partenza essi si pongono come catalizzatori del cambiamento, ma, a lungo termine, è l’attenzione al processo che ci permette di andare avanti.

 

Infatti, quando il nostro senso di valore è legato all'impegno -e magari alla passione- che mettiamo ogni giorno nelle nostre attività, allora il processo stesso diventa eccitante e soddisfacente, a prescindere dal risultato.

 

Le persone che si definiscono attraverso l’impegno più che in relazione ai risultati, non pensano molto al punto di arrivo. Mentre hanno naturalmente degli obiettivi, e vogliono certamente raggiungerli, non vivono proiettati sul futuro obiettivo, ma nel momento presente, mettendo il massimo impegno nel cercare di essere chi sentono di poter essere qui e ora.

 

Quando ci si concentra sul processo si vince perché si progredisce giorno per giorno. Ci muoviamo costantemente in avanti rispetto a ciò che vogliamo grazie alle piccole, a volte, piccolissime azioni che compiamo quotidianamente.

 

Per superare gli ostacoli e raggiungere i nostri obiettivi, dobbiamo perciò focalizzare la nostra attenzione sulle cose giuste.

Ad esempio, meglio preoccuparsi delle nostre azioni oggi più che degli ostacoli reali o eventuali da superare domani. Così, ci concentriamo su ciò che davvero possiamo cambiare e che indirettamente andrà a portare un effetto sui nostri obiettivi, o sul problema che vogliamo risolvere o evitare per il futuro.

 

Ciò che è importante, dunque, è concentrarci sulla prossima cosa che abbiamo bisogno di fare, e farla al meglio che possiamo.

 

Alessia è un'impiegata di 30 anni che vive una crisi esistenziale. Alla tenera età di 15 anni aveva preparato il suo programma di vita: Entro il venticinquesimo anno di età avrebbe avuto un marito, un buon lavoro e almeno due figli ed è molto scoraggiata e delusa per il fatto che le cose non stiano così. E c’è di peggio: pensa che il suo lavoro, il suo partner e la città in cui ha scelto di vivere non facciano più per lei, ma ha paura di prendere sul serio questo pensiero perché ciò significherebbe stravolgere la sua vita e alla sua età sente di non avere più tempo da perdere. Secondo il programma, infatti, è già in ritardo di 5 anni. “Se solo riuscissi a stare bene con le cose che ho già” si dice, ma l’insoddisfazione è ormai così palpabile che non può più fingere di essere felice. Molto del suo malessere deriva da quello che Alessia crede di sé stessa. Non pensa di valere molto e questo la porta a ricercare sempre l’approvazione di chi la circonda. Per farlo, vive una vita di apparenze; secondo lei, infatti, una persona di valore deve sempre essere gentile, posata, senza bisogni o preferenze particolari perché “l’importante è che gli altri siano contenti”. Così, non può dire di no e neppure esprimere le sue idee più autentiche se troppo diverse da quelle della maggioranza.

Non si sente vista per quello che è e per quello che fa, né sul lavoro, né nella sua vita privata, portando avanti i suoi rapporti senza autenticità; e così, nonostante i suoi sforzi, non riesce mai a sentirsi davvero serena e soddisfatta.

 

Quello che Alessia non prende in considerazione, è che, anche se dovesse “mollare tutto e ricominciare” ciò non basterebbe a risolvere quel senso di insoddisfazione che la invade.

 

Infatti, arriva a capire che non può continuare ad aspettarsi risultati diversi se lei si comporterà sempre nella stessa maniera. Non può ricominciare una “nuova vita” partendo sempre dagli stessi presupposti che l’hanno guidata nel creare le situazioni precedenti.

Non può più dire e fare cose solo per ottenere una certa reazione dagli altri ed è da qui che il suo cambiamento deve manifestarsi, tra le piccole interazioni che avvengono ogni giorno con le più svariate persone della sua vita, dai colleghi agli amici più stretti, fino ad arrivare addirittura a mostrare anche al padre quella parte di lei che gli aveva sempre nascosto per paura di sentirsi rifiutata.

 

Una goccia di autenticità dopo l’altra, Alessia si mette finalmente in condizione di coltivare ciò che desidera realmente e di lasciar cadere tutto il resto.

 

Finalmente, comprende che la persona più importante che deve approvarla è lei stessa e le scelte che ha fatto finora in nome del suo “programma” in fondo non le piacciono affatto; Lascia il lavoro per mettersi in proprio, come sentiva di volere da tempo, lascia il partner che forse non ha neppure mai amato e progetta di tornare nella città in cui è nata, che aveva lasciato in primo luogo per fuggire dall'insoddisfazione che già anni fa la attanagliava.

 

Alessia è arrivata a fare quello che in fondo già sapeva di voler fare e non come avrebbe creduto lei “stravolgendo tutto”, ma come parte del tutto naturale di un processo che si radica in piccole nuove scelte consapevoli e quotidiane.

 

Quando ci sentiamo bloccati in qualche aspetto della nostra vita, dobbiamo rivolgerci verso il nostro interno per capire se stiamo mettendo la nostra attenzione sui risultati e su quello che gli altri pensano di noi, o se siamo concentrati sul momento presente, coinvolti mente e corpo in quello che stiamo facendo ora.

 

Potremmo scoprire di dire a noi stessi che quanto valiamo e quanto siamo capaci di fare sono legati ai risultati che otterremo e a ciò che gli altri dicono di noi.

Ma neppure ottenendo esattamente ciò che ci siamo prefissati o venendo elogiati ogni giorno potremo sentirci di valere davvero qualcosa; questo perché quello di cui abbiamo davvero bisogno risiede nella possibilità di esprimere pienamente le nostre potenzialità, a prescindere dal risultato che ne potrà derivare.

 

Mi viene in mente Albert Einstein che con le sue scoperte ha rivoluzionato quello che credevamo di sapere sul mondo. Questo scienziato non si è mosso con l’obiettivo di raggiungere fama e successo, questo è stato solo l’effetto di ciò che ha caratterizzato la sua vita; la sua insaziabile curiosità.

Egli, cioè, ha messo tutte le sue potenzialità al servizio delle domande che gli ronzavano in testa, e non c’è stato nessuno che sia mai riuscito a scoraggiarlo o fermarlo (nonostante con le sue idee stesse capovolgendo il mondo scientifico). Chi lo sa, probabilmente avrà sognato di diventare uno scienziato di tutto rispetto, di vincere un Nobel e di cambiare il mondo. Ma la sua attenzione non era su questi eventuali raggiungimenti, ma sul placare la sete di conoscenza che lo attanagliava come un malanno. Non gli importava se fosse finito a vivere di stenti, non sapeva se avrebbe mai trovato qualche risposta alle sue domande, ma ha seguito il luogo oscuro in cui il suo talento lo ha condotto.

 

Perché lasciarsi andare al processo è questo; coltivare oggi, con la consapevolezza che è solo facendolo bene giorno per giorno che potremo raccogliere buoni frutti; possiamo scegliere i semi, come piantarli, quanto curarli, ma nient’altro.

 

Magari non nasceranno tutti, magari non saranno maturi quando lo vorremmo noi, ma ci sono cose che non sono nostre da controllare.

 

La paura di fallire può spingere a non dare tutto quello che possiamo nel presente; così, non arriviamo mai ad avere idea di quanto sia soddisfacente mettere tutto di noi stessi in qualcosa. Le persone che hanno dato tutto e falliscono, non focalizzano la loro attenzione sul fatto di non aver raggiunto l’obiettivo, semmai sul fatto di aver vissuto un'esperienza e imparato qualcosa.

 

Non siamo al mondo per proteggerci dal fallimento; siamo qui per esprimere e al contempo scoprire tutto il nostro potenziale, sia per realizzare noi stessi, sia per donare agli altri i frutti di ciò che con tanta cura abbiamo coltivato.

 

E voi, che cosa ne pensate? È il risultato che conta?

 

Se volete, fatemelo sapere nei commenti e se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo!

 

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