Entra in contatto

September 15, 2017

 

 

Tutto il problema della vita è questo:

come rompere la propria solitudine,

come comunicare con gli altri.

Cesare Pavese

 

Tutti noi conosciamo le regole di base: Dobbiamo mangiare frutta e verdura, bere tanta acqua, dormire abbastanza. Ma quanti di noi pensano che connetterci con gli altri sia altrettanto importante?

 

Siamo creature sociali e, anche se potrà sembrarci, a volte, che l'essere umano non voglia altro che soldi, potere e fama, alla radice di molti di questi desideri c’è, spesso, il bisogno di appartenere e di sentirci più vicino alle altre persone. 

 

Che lo vogliamo ammettere oppure no, il nostro bisogno di sentirci in contatto con gli altri è fondamentale proprio come il nostro bisogno di cibo e di acqua; esso è, cioè, indispensabile.

 

Pensate, per esempio, al dolore che proviamo di fronte ad un rifiuto; uno studio suggerisce che sentirsi rifiutati attiva le stesse aree del cervello che si attivano durante un dolore fisico. Un altro studio suggerisce che questo stress dovuto a conflitti relazionali porta ad aumentare i livelli di infiammazione nel corpo. Sia fisicamente che psicologicamente, quindi, sperimentiamo il contatto sociale come positivo e il rifiuto e la solitudine come negativi.

 

Faremmo qualsiasi cosa per evitare tutto questo dolore e, paradossalmente, è proprio tale bramosia a metterci in condizione di ampliare la distanza che ci separa dagli altri; infatti, nel tentativo di entrare velocemente in contatto e trovare sollievo dalla sofferenza percepita, finiamo per bruciare quelle tappe obbligatorie che ci sono tra una superficiale conoscenza e un rapporto più autentico e profondo con la persona che abbiamo davanti. 

 

Ad esempio, finiamo per dire e fare cose solo per piacere agli altri e, ancora peggio, ci ritroviamo a non dire e non fare certe cose solo per evitare il giudizio e, in definitiva, il rifiuto e la solitudine. 

 

Dunque, agire al fine di ottenere una connessione con le persone è proprio ciò che ce ne allontana di più. Ogni sforzo di costringere un sentimento o di controllare il modo in cui una relazione deve svilupparsi, non può condurre altro che alla delusione di tutte le nostre aspettative, -dato che entrare in contatto reale con qualcuno non può essere il mero frutto di una pretesa o di un calcolo.

 

Allo stesso modo, fingere di essere chi non siamo, finisce per farci diventare proprio quel qualcuno che non siamo; questo, perlomeno, agli occhi della persona che non entra in contatto con noi, ma con una versione "forzata per lo spettatore".

 

Ciò, fondamentalmente, può significare che continueremo a sentirci invisibili pur credendo di aver fatto di tutto per trovare finalmente quel senso di legame e contatto autentico di cui andiamo in cerca. 

Nonostante i numerosi sforzi, finiamo per ritrovarci al punto di partenza: Rifiutati, soli, abbandonati, sofferenti, pieni di domande sul perché le cose ci vadano sempre nello stesso modo. 

 

Magari, ci convinciamo che la colpa sia delle persone che, in fondo, non si interessano davvero degli altri. O magari crediamo che sia tutta colpa nostra; della nostra timidezza e inadeguatezza, per esempio. 

 

Ma per sentirci socialmente connessi è vitale sentirsi visti da coloro che ci circondano; e per sentirci visti, dobbiamo lasciare che gli altri ci conoscano. Le persone che invidiate perché magari vi sembrano socialmente ricche, fanno proprio questo; condividono frammenti autentici di sé per entrare in contatto reale con gli altri. Questo non significa che sia necessario dire tutto di noi a chiunque, ma che abbiamo bisogno di renderci un po’ vulnerabili nei confronti di coloro che vogliamo sentire vicini, arrivando a mostrare anche le nostre "stranezze", le nostre paure e i nostri difetti. 

 

Allo stesso modo, abbiamo bisogno di imparare ad ascoltare davvero; spesso crediamo di ascoltare, ma non stiamo facendo altro che eseguire un compito che riteniamo possa portarci un guadagno in termini relazionali. Le intenzioni restano delle migliori, ma un'amicizia, per esempio, non può essere il frutto di una strategia premeditata. 

 

Quando vogliamo avvicinarci emotivamente a qualcuno, bisogna ascoltarlo veramente. Non basta capire le parole che vengono pronunciate, ma bisogna sintonizzarsi su quello che la persona sta cercando di dirci al di là di quello che dice. Un ascolto empatico necessita di metterci temporaneamente da parte, insieme ai nostri problemi, al bisogno di controllare (Che cosa dico adesso che possa fare una buona impressione? Che cosa starà pensando di me? Ecc..) e alle diverse credenze che coltiviamo su come DOVREBBE svolgersi una conversazione, così da dedicarci realmente alla persona che abbiamo davanti. Cioè, non stiamo lì ad ascoltare pensando che così potremo avvicinare a noi l'altra persona, ma lo facciamo al fine di dedicarci autenticamente a quello che sta condividendo con noi; che sia un nostro parente, un amico o un completo sconosciuto che non rivedremo mai più.

 

Se non ascoltiamo e/o giudichiamo invece di comprendere, non sta avvenendo alcun contatto. 

 

Ho fatto di tutto per questa mia amica, mi sono fatta in quattro per aiutarla, non ho mai detto di no, sono sempre stata disponibile e ora che io ho bisogno lei non c'è. Le persone pensano solo a loro stesse, è inutile, forse è ora che lo faccia anche io. 

 

Di tutte le volte che ho sentito un discorso del genere ho principalmente pensato tre cose: 

 

1. Perché addirittura "farsi in quattro" al punto da non rispondere mai negativamente a una richiesta? Mettere dei limiti, a costo di generare un conflitto, è parte di qualsiasi relazione sana e autentica. 

2. Perché aspettarsi che avendo dato il 200% l'altra persona sia disposta a fare lo stesso? E tu perché hai dato così tanto, cioè, troppo rispetto alle tue possibilità reali? 

3. Se egoismo è dare quello che si può, quando si può e come si può (quindi nel rispetto di sé stessi), allora dovremmo essere tutti così egoisti e non ci sarebbe proprio nulla di male. 

 

Infatti, uno dei migliori modi per ricevere realmente ciò di cui abbiamo bisogno è imparando prima di tutto a prenderci cura NOI di noi stessi, cosicché non ci aspetteremo dagli altri proprio tutto quello che ci manca; imparando così a dare per il semplice piacere di farlo -che quindi ci gratifica a prescindere- e non in vista di un vantaggio relazionale che, appunto, non può arrivare per come ce lo aspettiamo. 

 

Non voglio semplicemente sapere “come stai”, ma conoscerti davvero;

Non voglio parlare senza dire nulla, non voglio ascoltare senza capire.

Voglio parlare di vita, di morte, di sesso e magia.

Voglio sapere che cosa ti tiene sveglio la notte,

delle tue insicurezze e delle tue paure.

Voglio sapere se ti sei mai innamorato e com'è stato.

Voglio capire che cosa ti fa soffrire e quali sono le tue gioie.

Che cosa stai pensando e se sei felice.

Voglio capirti…voglio capirmi.

 

Allora, gettate le maschere, che, prima di tutto, vi nascondono da voi stessi; accoglietevi, voletevi bene e fate lo stesso nei confronti delle altre persone. Il resto verrà da sé, con i tempi e i modi spontanei e naturali, e non con quelli che cercate forzatamente di dettare. 

 

 E voi, che cosa ne pensate? Come si entra in contatto con gli altri?

 

Se volete, fatemelo sapere nei commenti e se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo!

 

 

Lieberman, M. D. (2013). Social: Why our brains are wired to connect. OUP Oxford.

 

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