Non limitarti a reagire, impara a rispondere

June 28, 2017

Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio.

In quello spazio risiede il potere di scegliere la nostra risposta.

Nella nostra risposta c’è la nostra crescita e c’è la nostra libertà.

Victor Frankl

 

Sarà capitato innumerevoli volte a tutti noi di trovarci a reagire senza pensare; quando mandiamo a quel paese l’automobilista che ci ha tagliato la strada, quando di fronte all'ennesimo ostacolo buttiamo tutto per aria, quando trattiamo male qualcuno che ci ha offeso.

 

Quando reagiamo avviene una risposta emotiva (di rabbia, paura, umiliazione, ecc.) e ciò che diremo e faremo sarà coerente con ciò che proviamo. Reagiamo come uno specchio, riflettendo ciò che ci viene detto o fatto. Quando ci sentiamo insultati, reagiamo con un insulto. Quando ci sentiamo emarginati, reagiamo emarginando gli altri. Quando ci sentiamo minacciati o insicuri, tendiamo a reagire minacciando a nostra volta o cercando di schiacciare chi ci ha colpito.

 

La reazione è istantanea, guidata dalle credenze e dai pregiudizi della nostra mente inconscia; è orientata alla sopravvivenza e, in una certa misura, è un meccanismo difensivo. Potrebbe aiutarci a far fronte a quel momento, ma, con il senno di poi, possiamo renderci conto che le conseguenze superano di gran lunga qualsiasi vantaggio.

 

Reagire alle situazioni, agli eventi o a ciò che gli altri ci dicono è certamente più facile che rispondere. Quando ci ritroviamo a reagire, è la parte più primitiva del nostro cervello a prendere il sopravvento, facendoci controllare dalle nostre emozioni e dal nostro istinto di sopravvivenza. In quel momento, le aree più avanzate della mente non sono “attive” proprio perché non serve un tale impegno per produrre una semplice reazione.

 

Dopo che ci limitiamo a reagire poi, è facile pentirsi per come sono andate le cose; non siamo fieri di noi per il modo in cui abbiamo affrontato una situazione. Anche se, non è sempre così ovvio riconoscere che avremmo potuto comportarci in maniera diversa. A volte, accusare gli altri di ciò che facciamo e diciamo risulta molto più semplice.

 

Ma anche accusare noi stessi non è così utile; il forte giudizio che ci rivolgiamo non ci aiuta, perché invece di chiederci come mai abbiamo imparato a reagire in un certo modo, ci rassegniamo a quella che riteniamo parte della nostra stessa natura.  

 

Una risposta, d’altra parte, arriva con più lentezza. È basata su informazioni ricevute sia dalla coscienza che dall'inconscio e sarà più adattiva, nel senso che prende in considerazione ciò che potrebbe rivelarsi più utile non solo per noi stessi, ma anche per chi ci circonda. I risultati di ciò si mostrano sul lungo periodo e ci permettono di restare fedeli ai nostri valori.

 

Ad esempio, immaginate di imbattervi in un mendicante per strada e diciamo che gli lasciate dei soldi. Si tratta di una reazione se lo avete fatto solo per paura, imbarazzo o senso di colpa. È una risposta se avete scelto di farlo pensando che avevate voglia di dargli una mano. O mettiamo che non gli lasciate nulla. Si tratta di una reazione se lo avete fatto assecondando paura, disgusto o rabbia, mentre si tratta di una risposta se avete deciso che sarebbe stato meglio per voi usare questi soldi in un altro modo.

 

Al contrario, dunque, una risposta richiede per noi una prospettiva più pensata e autentica. Riguarda un livello di pensiero e ragionamento più avanzato, coerente al nostro sistema di valori e credenze, attraverso un atto consapevole e deliberato.

Rispondere, significa sospendere il giudizio per permetterci di comprendere e, così, di trovare la strategia più adatta per affrontare la situazione. 

 

Il punto è che più ci limiteremo a reagire, meno ci sentiremo padroni di noi stessi, poiché saranno credenze di cui non siamo neppure consapevoli a guidare il nostro comportamento.

 

Allora, sarebbe utile concentrarci sulle conseguenze delle nostre reazioni. Renderci più consapevoli di questi aspetti negativi alimenterà la nostra motivazione a cambiare le nostre reazioni in risposte ponderate.

 

Inoltre, potremmo preventivamente pensare a migliori modi in cui rispondere; 

 

In che altro modo avreste potuto rispondere in questa o quella situazione e che cosa poteva cambiare?

 

Come sarebbe agire per come sentite più giusto invece che con la prima cosa che passa per la testa?

 

Poiché cambiare noi stessi richiede tempo e impegno, dovremmo anche imparare a sostenerci in questo processo. Molto spesso, infatti, siamo troppo auto critici e giudicanti, tanto che finiamo per indebolire i nostri stessi sforzi. Allora, invece, potremmo cercare di essere più comprensivi e pazienti, proprio come lo saremmo nei confronti di un bambino o di un caro amico che cerca di sviluppare una nuova competenza.

 

Dunque, possiamo imparare a notare l’esistenza di uno “spazio” che precede la reazione. Possiamo crescere, cambiare e comportarci in maniera diversa se ci mettiamo in condizione di riconoscere, usare e alimentare questo spazio. Con tale consapevolezza, possiamo trovare libertà dai dettami delle pressioni interne ed esterne.

 

E, così, cucire su misura la nostra felicità.

 

Vi lascio con alcune parole di Roberto Assagioli, psichiatra che nel 1940 fu arrestato per attività pacifiste e internazionaliste, malviste dal regime fascista. Assagioli, invece che limitarsi a reagire alla situazione, ha deliberatamente scelto la sua risposta, una che potesse permettergli di trarre un valore da questa esperienza. Parlò di “Libertà in prigione”, dandoci uno spunto per riflettere sull'unica libertà che conta davvero; quella della nostra mente.


Capivo che ero libero di assumere uno tra molti atteggiamenti nei confronti di questa situazione, che potevo darle il valore che volevo io, e che stava a me decidere in che modo utilizzarla.
Potevo ribellarmi internamente e imprecare; oppure potevo rassegnarmi passivamente e vegetare; potevo lasciarmi andare a un atteggiamento malsano di auto compatimento e assumere un ruolo da martire; potevo affrontare la situazione con un atteggiamento sportivo e con senso dell'umorismo, considerandola un'esperienza interessante (quella che i tedeschi chiamano erlebnis).
Potevo trasformare questo periodo in una fase di riposo, in un'occasione per riflettere tanto sulla mia situazione personale, considerando la vita vissuta fino ad allora, quanto su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per fare un allenamento psicologico di qualche genere; infine potevo farne un ritiro spirituale.
Ebbi la percezione chiara che l'atteggiamento che avrei preso era interamente una decisione mia: che toccava a me scegliere uno o molti fra questi atteggiamenti e attività; che questa scelta avrebbe avuto determinati effetti che potevo prevedere e dei quali ero pienamente responsabile.
Non avevo dubbi su questa libertà essenziale e su questa facoltà e sui privilegi e le responsabilità che ne derivavano.

 

E voi, che cosa ne pensate? Di fronte a quali situazioni vi limitate a reagire? 

 

Se volete, fatemelo sapere nei commenti e se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo!

 

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