Quando gli altri ci giudicano

November 9, 2016

Siamo tutti uguali: all'atto pratico, sempre pronti a criticare gli altri, senza saper accettare le critiche che ci toccano da vicino.

Dale Carnegie

 

Una delle cose più difficili da fare è restare aperti alla critica. Quando ci sentiamo giudicati poi, cioè valutati, la cosa si fa ancora più aspra. 

 

Vi è mai capitato di conoscere una persona in grado di accettare una critica o un giudizio con spirito curioso e attento?

 

Queste persone sono dei veri e propri modelli di comportamento in quanto, con la loro apertura alla critica, finiscono per far mettere in discussione proprio noi, nel chiederci come facciano ad ascoltare con tanta apertura qualcosa di relativamente negativo su di loro.

 

Che ne fanno queste persone del loro bisogno di essere accettate? Che cosa guadagnano attraverso questo atteggiamento?

 

Che cosa potrebbe rendere i giudizi tanto impegnativi da ascoltare?

Molti di noi reagiscono alle critiche, al giudizio e al rifiuto come se costituissero una minaccia per la propria vita.

Quando siamo piccoli dipendiamo dagli adulti per la nostra sopravvivenza, anche quando non si rivelano in grado di soddisfare i nostri bisogni; il che rende la vulnerabilità, l’impotenza e la delusione inestricabilmente connesse alla nostra sopravvivenza fisica.

 

Come bambini, i nostri tentativi di sperimentare la possibilità di scegliere, di sentirci liberi e autonomi, spesso appaiono agli occhi di un adulto come atti di ribellione.

Nel loro desiderio di proteggerci e di fornirci quelle che considerano abilità indispensabili nella vita, a volte reagiscono a questi comportamenti con rabbia e/o criticando. Così, invece di sperimentare un sentimento di protezione, finiamo per sentirci soli nella nostra vulnerabilità.

 

Da piccoli, sentirsi soli è una minaccia per la nostra stessa esistenza. La mancanza di accettazione, o quella che viviamo come tale, allora marchia a fuoco dentro di noi la vivida possibilità di restare soli e/o impotenti, condannati a non farcela perché rifiutati, che si fa risentire ogni volta che veniamo criticati e/o giudicati.

 

Da adulti, il nostro sistema nervoso associa ancora la sicurezza emotiva con quella fisica, anche se ne comprendiamo concettualmente la differenza. In particolare, se abbiamo sperimentato un trauma significativo (che purtroppo è vero per molti), le interpretazioni della minaccia sono automaticamente connesse nel nostro sistema alla sensazione di non sentirsi al sicuro, che emerge prima di qualsiasi pensiero cosciente al riguardo.

 

In altre parole: A meno che non ci mettiamo al lavoro per guarire dai traumi precoci e dalle nostre insicurezze, continueremo a lasciare aperte ferite su ciò che riguarda la possibilità di essere accettati, restando nella paura di essere lasciati soli, incapaci di provvedere a noi stessi. Non si tratta di una paura necessariamente consapevole, eppure, è lì, presente in ogni scambio con gli altri.

 

Se lavorassimo sulle nostre ferite, potremmo scoprire che la prima persona che deve accettarci siamo noi stessi. In questo modo, potremmo aprirci a quello che gli altri hanno da dire –vero o falso che sia-, e imparare da chi ci circonda. Senza questo affetto nei confronti di chi siamo, continuando a crederci indegni o immeritevoli, non ci lasceremo la libertà di diventare chi siamo capaci di diventare e continueremo a rispondere ai giudizi con un atteggiamento difensivo, con vergogna o con distacco.

 

Quando andiamo sulla difensiva..

Questa è la risposta probabilmente più comune che viene data all'interno di queste difficili interazioni. Voler essere visti come ci piacerebbe, sempre e solo in una buona luce, ci mette in una posizione svantaggiosa di fronte a quello che gli altri hanno da dire. A volte, troviamo subito un fondo di verità in quello che ci viene detto, in altre affatto e questo spesso ci porta a cercare di “provare” la nostra “innocenza”.  Quando ci mettiamo sulla difensiva, non siamo aperti né nei confronti di noi stessi, né di quelli degli altri –cioè, non ascoltiamo davvero- e ci ritroviamo consumati dall'intensità del bisogno di essere visti nel migliore dei modi. Che cosa accadrebbe davvero se accettassimo che la persona di fronte sta vedendo un’ombra sulla nostra luce? E se questo fosse il modo per conoscere qualcosa che non avevamo considerato di noi o del modo in cui ci siamo posti?

 

Quando ci vergogniamo..

A volte, superare l’atteggiamento difensivo significa passare per la vergogna. Aprirci alla critica può metterci nella condizione di sentirci sbagliati e tirarci indietro per smettere di “danneggiare” l’altro. In questo modo finiamo per “auto punirci” e rassegnarci alla nostra “mostruosità”.

 

Quando ci giriamo dall'altra parte..

In ogni cosa serve un equilibrio. A volte, aprirsi davvero a sé stessi, diventare capaci di rivolgersi compassione, può comportare un costo per l’altra persona se scordiamo di tenere in considerazione quello che sta provando. Possiamo essere consapevoli di quanto la nostra auto indulgenza stia preservando un modo di fare che crea dolore nell'altro, ma ci giustifichiamo per evitare di cambiare, nella convinzione che anche l’altro ci giustificherà e lascerà andare. Quindi, la critica diventa più facile da accettare, quando, pur comprendendola, rimaniamo fedeli al comportamento originale.“Certo che sono nervoso, è un periodo stressante, è normale che ti risponda male!”

 

Quando l’altro bussa e noi apriamo..

Se bastasse girare una maniglia, sono certa che la maggior parte di noi vorrebbe aprire questa porta. Quando ciò diventa possibile, infatti, i conflitti e le fratture non sono più tanto difficili da superare.

Ma allora, da dove iniziare?

Non c’è una semplice risposta. Quando qualcuno arriva da noi con un giudizio, una critica, o con una qualche insoddisfazione al nostro riguardo e dentro di noi si scatena l’inferno, è praticamente impossibile restare presenti e ascoltare realmente.

 

Provate a chiedervi che cosa l’altra persona voglia comunicarvi e perché e non saltate subito alle conclusioni. Pensate che sia vero quello che vi viene detto? Se sì, che cosa potreste fare di diverso? Se no, come mai la persona ha tratto queste conclusioni? Forse c’è una parte di verità anche in quello che rifiutate, per questo è importante fare domande al riguardo per comprendere il punto di vista dell’altra persona. Ricordate poi, che anche l'altro è imperfetto e non necessariamente saprà come comunicare adeguatamente il suo pensiero. 

 

“Mio padre mi incolpava sempre di essere sgarbata quando mi chiedeva qualcosa. Dalla mia, prima non volevo sentire e mi arrabbiavo urlando che aveva torto, poi non volevo capire, poi non volevo pensarci. Infine, dopo anni, gli ho chiesto di farmi un esempio e ho capito. Lui aveva bisogno di sentirmi rispondere “certo papà” per non sentirsi un peso, mentre io ero solita rispondere nel dirgli di sì “Non lo so, forse dopo”. Magari era un suo limite, ma non era anche il mio quello di restare chiusa di fronte alla critica seppure avanzata in forma di giudizio? Aprendomi, ho scoperto che non c’era nulla da temere, siamo solo due esseri umani fragili che vogliono sentirsi amati.”

 

Quando ci apriamo a noi e agli altri, possiamo colmare le distanze dei nostri mondi interiori, costruendo un ponte che ci metta in contatto e ci permetta di incontrare le nostre differenze -che ci rendono unici- e le nostre imperfezioni -che ci ricordano che siamo tutti esseri umani-. 

 

E allora, è magia.

 

E voi, che cosa ne pensate? Sapete affrontare le critiche e il giudizio? 

 

Se volete, fatemelo sapere nei commenti e se vi è piaciuto l'articolo, condividetelo!

 

 

Fonte

 

Please reload

In Primo Piano

8 falsi miti sulla tua produttività

July 28, 2017

1/3
Please reload

Post Recenti

April 20, 2018

November 17, 2017