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  • Barbara Persichetti Auteri

Occhio per occhio?


“Se intraprendi il percorso della vendetta, inizia a scavare due tombe: una per il tuo nemico, e una per te.” Confucio


Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, la vendetta è qualcosa che appartiene a ogni essere umano dall’alba dei tempi.

Tante storie che arrivano a noi hanno come tema quello della vendetta e, anche nella vita di tutti i giorni, facciamo spesso riferimento a quello che gli altri meriterebbero a causa di alcuni dei loro comportamenti.


Ma a che cosa serve la vendetta?


Quando crediamo di aver subito un torto, ci sentiamo in pieno diritto di restituire la stessa moneta, per sentirci in qualche modo risarciti dell’accaduto e della sofferenza subita.


Infatti, contemplare vendetta produce nel nostro cervello una sensazione piacevole, una ricompensa (1), il che può andare bene finché essa non diventa per noi un’ossessione o quando esce dalla nostra fantasia tramutandosi in realtà.


La vendetta può essere vista come una forma di giustizia –primitiva- per cui la sofferenza di chi ci ferisce, rappresenta il ripristino di un equilibrio cosmico altrimenti perduto, ma che ci soddisfa solo se chi subisce la ritorsione è consapevole del perché stia ricevendo tale trattamento (2).


Per fortuna, tra l’immaginazione e l’azione esiste uno spazio per la riflessione; infatti, per quanto la vendetta sia un istinto (sfido chiunque a ricevere un pizzicotto senza sentire l’immediato bisogno di restituirlo), siamo sempre meno inclini a cedergli.


Quando ci vendichiamo, infatti, non pareggiamo proprio nulla –alla faccia del regolamento dei conti-; ad esempio, perdiamo una relazione importante, o ne danneggiamo definitivamente una che poteva permetterci una migliore convivenza –magari con un collega o un vicino di casa-. Senza contare il danno che facciamo proprio a noi stessi, direttamente e nell’immediato.


Quanta fatica costa pensare e ripensare al passato? Quanto avvelena corpo e mente immaginare continuamente una vendetta?

E anche se agissimo, dopo un primo momento di piacere, che cosa ci resterebbe?


Resterebbe il dolore del torto subito e ci sarebbero ancora la rabbia e la perdita (1); in più, gettiamo altra benzina sul fuoco, rischiando di pagarne le conseguenze; finiamo in un circolo vizioso in cui non si è più in grado di distinguere la vittima dal carnefice.


Dunque, siamo in fondo consapevoli che da un atto di vendetta non può venire nulla di buono, ma, a volte, sembra l’unica mossa possibile per dare risposta alla nostra rabbia, al nostro dolore e al vuoto che proviamo.


Ecco a voi qualche spunto sul tema:


  • Confrontatevi subito. A volte, per evitare lo scontro mandiamo giù dei bocconi davvero amari, che non fanno altro che avvelenarci di più. Quante volte vi sarà capitato di far crescere un mostro dentro di voi per poi scagliarvi contro la persona in maniera eccessiva? Dite subito ciò che pensate con tutte le intenzioni di discutere per chiarirvi, se possibile. Meglio affrontare il sassolino quando ancora non è diventato un masso.


  • Se non è possibile un confronto, prendete carta e penna e scrivete tutto ciò che vorreste dire. Come vi sentite?


  • Impeditevi di rimuginare. Se ripensare a ciò che vi è successo sta diventando un’ossessione, non farete altro che perdere lucidità, mettendo a repentaglio qualsiasi attività che richieda un minimo di pensiero. State mandando in tilt il vostro cervello, dategli un po’ di nuovo ossigeno. Distraetevi, rilassatevi, cercate di fare qualcosa che vi diverta, anche per pochi minuti e quando tornerete a ripensare al torto subito, vi troverete a respirare un’aria diversa.


  • Le persone vi feriranno, è inevitabile. Questo può non essere accettabile per molti motivi; per mancanza di autostima, ad esempio, o per la difficoltà di circoscrivere e contestualizzare gli eventi negativi, tendendo a viverli come qualcosa che durerà per sempre e che inquinerà ogni aspetto della nostra vita. Preparatevi agli urti costruendo dentro di voi gli strumenti utili a vivere con serenità.


  • Coltivate la vostra empatia. Ciò che spesso manca è lo sforzo a una comprensione più vasta dell’accaduto -che non significa giustificare- a partire dal revisionare l’idea che ci siamo fatti dell’altro, di che cosa possa aver provato e del perché può aver fatto ciò che ha fatto. La vendetta va sostituita con il perdono e per perdonare bisogna saper comprendere.


  • Perdonate. Dove perdonare non significa dimenticare o sminuire, ma imparare a lasciare andare ciò che non può essere cambiato, non permettendo che un evento passato vi definisca.


Ricordatevi che, una fantasia di vendetta può esserci utile sul momento, ma quando non fa altro che aumentare la sofferenza dovremmo cercare di spostarci verso un atteggiamento più produttivo che distruttivo.

Se sentite di non farcela, chiedete aiuto allo psicologo.


E voi, che cosa ne pensate? Quale torto non riuscite a lasciare andare?


Se volete, fatemelo sapere nei commenti e se vi è piaciuto l’articolo, condividetelo!


(1) Dominique J.-F. de Quervain, et al. (2004) The Neural Basis of Altruistic Punishment. Science. 305 (5688), pp. 1254-1258.

McCullough, M. E. (2008). Beyond revenge: The evolution of the forgiveness instinct. San Francisco, CA: Jossey-Bass.

(2) Gollwitzer, M.; Meder, M. & Schmitt, M. (2010) What gives victims satisfaction when they seek revenge? European Journal of Social Psychology. 41, pp. 364–374.

Jaffe, E. (2011) The Complicated Psychology of Revenge. Observer Vol.24, No.8


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